Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato l’uscita dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC e OPEC+), con effetto dal 1° maggio 2026, ponendo fine a una partecipazione durata 59 anni.
La decisione, spiegano le autorità emiratine, rientra nella strategia economica di lungo periodo del Paese ed è legata alla trasformazione del proprio settore energetico, sostenuta da massicci investimenti nella produzione interna. Abu Dhabi ha inoltre ribadito l’intenzione di mantenere un ruolo “responsabile e proattivo” nei mercati energetici globali.
L’uscita dall’OPEC arriva al termine di una revisione complessiva della politica produttiva nazionale e delle prospettive future del comparto energetico, in linea con gli interessi strategici del Paese.
Gli Emirati Arabi Uniti diventano così il più grande produttore di petrolio ad abbandonare l’organizzazione. Prima del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha spinto diversi Paesi del Golfo a ridurre le spedizioni e sospendere parte delle attività, gli EAU producevano circa 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta mondiale di greggio.
Attualmente, il blocco marittimo dello Stretto di Hormuz limita la capacità del Paese di aumentare produzione ed esportazioni. Tuttavia, in caso di ritorno alla normalità dei traffici marittimi, gli Emirati potrebbero portare la produzione fino alla capacità massima stimata di 5 milioni di barili al giorno tra greggio e liquidi.
Alla base della decisione vi sarebbero anche le tensioni con l’Arabia Saudita sulla quota produttiva assegnata agli Emirati, fissata a 3,5 milioni di barili al giorno. Abu Dhabi chiedeva da tempo un aumento della quota per riflettere l’espansione della propria capacità produttiva, sostenuta da un piano di investimenti da 150 miliardi di dollari.
Gli Emirati Arabi Uniti erano entrati nell’OPEC nel 1967 attraverso l’Emirato di Abu Dhabi, mantenendo poi l’adesione anche dopo la nascita della federazione nel 1971.
Negli ultimi anni diversi Paesi hanno lasciato l’OPEC+: l’Angola nel 2024 per divergenze sulle quote produttive, l’Ecuador nel 2020 e il Qatar nel 2019.